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Avvocatura, deontologia ed etica professionale

Avvocatura, deontologia ed etica professionale

Ha fatto molto scalpore, sia in ambito forense che presso l’opinione pubblica, la notizia della sospensione dall’esercizio della professione per 15 mesi disposta dal Consiglio distrettuale dell’ordine di Torino nei confronti di una avvocatessa influencer dai trascorsi televisivi. Ne hanno parlato praticamente tutti, per cui, né per accanimento né per gossip, ci soffermeremo sulla vicenda, che, a mio avviso, non merita altra pubblicità. Per chiunque fosse interessato, basta fare un giro sul web.

Mi ha colpito il grande rumore mediatico e il pullulare di opinioni che si sono formate intorno all’episodio.

Il motivo della sospensione è aver fatto dei canali social un mezzo di divulgazione del proprio stile di vita e della propria attività con modalità che sono state reputate irriguardose del decoro della professione.

Senza riportare nel dettaglio la motivazione, pubblicata ovunque, del Consiglio disciplinare, essa si può sintetizzare in queste due significative righe:

L’avvocatessa ha compromesso in “modo rilevantissimo l’immagine della professione forense” adottando un “comportamento complessivo particolarmente sprezzante, gravissimamente irrispettoso delle istituzioni forensi”.

Al di là delle accuse di pubblicità occulta e accaparramento di clientela, ciò che maggiormente è stato messo in rilievo è l’aver postato su Instagram un’immagine di sé, della professione, dello studio legale con modalità “semmai appropriate per un format di taglio erotico”, con esposizione del corpo della professionista e “generosa esposizione delle forme”.

Ripeto, colleghi e professionisti di altre categorie, clienti, comuni cittadini si sono divisi tra chi ritiene che il professionista possa fare ciò che meglio crede nella sua vita privata e chi ritiene invece che forse dovrebbe portare anche nella propria vita quei “doveri” morali che il codice deontologico impone.

A freddo, nell’ottica di un esame di più ampio respiro sul ruolo sociale dell’avvocato, mi permetto di dire la mia, rispondendo anche a chi, privatamente, mi ha interrogato sul punto.

Premesso che non è il codice deontologico a “imporre” o dettare regole morali alle nostre vite, ma dovrebbe essere il contrario e premesso altresì che la deontologia non esaurisce l’etica professionale, oltre l’etica professionale ovviamente c’è poi l’etica personale e il nucleo complessivo di valori su cui ciascuno di noi fonda la propria esistenza, il proprio modo di essere e infine il proprio modo di fare professione.

Rispondendo solo in punto di deontologia, volutamente astenendomi dall’entrare in una materia così delicata che potrebbe dar luogo a polemiche che non voglio alimentare, credo non sia corretto ritenere semplicemente arretrata, retrograda, fuori moda la pronuncia dell’organo disciplinare, men che mai il codice deontologico. Possiamo parlare dell’efficacia e della adeguatezza dei codici, ma i codici ci sono. E forse servono proprio ad arginare comportamenti “poco etici” di chi forse la vede così diversamente da porsi, a volte per ingenuità, un po’ troppo fuori dalle righe.

Oltre al rispetto di sé, al rispetto della professione e della categoria, che potrebbero avere un valore molto soggettivo, credo che al di là di tutto, determinati comportamenti andrebbero da noi stessi monitorati per rispetto verso i nostri Clienti.

Non è questa la sede per commentare il senso di alcune norme deontologiche, ma ne voglio citare solo un paio, su cui anche l’uomo comune può riflettere.

L’art. 9 del Codice deontologico forense (approvato dal CNF il 31 gennaio 2014) recita come segue:

 

«Art. 9 – Doveri di probità, dignità, decoro e indipendenza
1. L’avvocato deve esercitare l’attività professionale con indipendenza, lealtà, correttezza, probità, dignità, decoro, diligenza e competenza, tenendo conto del rilievo costituzionale e sociale della difesa, rispettando i principi della corretta e leale concorrenza.
2. L’avvocato, anche al di fuori dell’attività professionale, deve osservare i doveri di probità dignità e decoro, nella salvaguardia della propria reputazione e della immagine della professione forense».

 

Al di sopra dei “doveri” enunciati, sul cui contenuto tanto è stato scritto, emerge con grande evidenza che tutto è correlato al rilievo costituzionale della professione e alla funzione sociale della difesa. Ciò giustifica il perché dell’estensione dei doveri fuori dall’attività professionale.

Mi chiedo: è così limitante questo enunciato? È così inconciliabile con la dimensione social delle nostre vite? O forse si potrebbe guardare tutto in un’ottica di contemperamento di interessi e diritti alla luce della Costituzione?

Mi colpisce ancora di più il correlativo principio espresso dal Codice deontologico degli avvocati europei, adottato dal CCBE il 28 ottobre 1988 e ripetutamente modificato fino all’ultimo intervento del 2007. L’art. 2.2 recita come segue:

 

«2.2. Fiducia e integrità morale
I rapporti di fiducia possono esistere solo non vi sono dubbi sull’onorabilità, l’onestà e l’integrità dell’avvocato. Per un avvocato queste virtù tradizionali costituiscono obblighi professionali».

 

Molto più opportunamente il codice europeo mette in evidenza il legame esistente tra le “virtù” morali e il rapporto di fiducia che si instaura tra il professionista e il cliente: mi viene da dire che, se è vero che l’abito non fa il monaco, è pur vero che le “bugie” hanno le gambe corte. Non è solo una questione di costruire una facciata di onorabilità e rispettabilità, quanto di trasmettere autenticità anche nel modo in cui si esercita la professione. Ma soprattutto, il codice europeo spiega che le “virtù tradizionali” costituiscono obblighi professionali, come a dire esse vengono prima della professione, esse esistono o dovrebbero esistere (o essere coltivate) nella propria vita per poi essere calate nella attività forense. Il senso di tutto ciò credo sia preservare appunto l’autenticità.

Nessuno è infallibile o perfetto, ma ciò che siamo passa inevitabilmente nella professione che scegliamo (o che ci sceglie, preferisco dire). E se siamo poco avvezzi o poco consapevoli nella nostra vita, forse il ruolo e la professione potrebbero essere d’aiuto a condurci verso valori che magari abbiamo solo trascurato di osservare più da vicino.

Poi potremmo scoprire che quei valori non ci appartengo. E forse, dopo, ancora dopo, scoprire … che abbiamo sbagliato professione.

Credo che la deontologia, come altri sistemi di regole “imposti”, sia solo un mezzo per guidarci verso la scoperta di parti di noi, come professionisti e come persone.

 

© Annunziata Candida Fusco

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Nuovo Codice Deontologico Forense