Avv. Annunziata Candida Fusco | Email: info@avvocatofusco.com | Tel. 3397586021
Compenso dell’avvocato, preventivo, incarico professionale

Compenso dell’avvocato, preventivo, incarico professionale

Sebbene l’argomento sia spesso affrontato sui social media, credo sia utile tornare sul punto, soprattutto in ausilio di tanti aspiranti clienti di uno studio legale che ci interrogano su alcune differenze poco chiare a chi non mastica il linguaggio forense.

Tipo: che differenza c’è tra incarico professionale e mandato? Che differenza c’è tra procura alle liti e mandato? Che differenza c’è tra mandato e preventivo? È obbligatoria la forma scritta per l’incarico? È obbligatoria la forma scritta per il preventivo? Se l’incarico non è stato conferito per iscritto, devo pagare ugualmente l’avvocato (che ha lavorato)? Se il preventivo non è stato redatto per iscritto, devo pagare ugualmente l’avvocato (che ha lavorato)?

Insomma, se il dubbio è se l’avvocato debba essere pagato qualora abbia svolto la sua attività, la risposta è sì, va pagato!

Vediamo però di accostarci almeno a qualcuno di questi interrogativi che frullano nella mente di un cliente soprattutto quando arriva il momento di pagare.

Diciamo che anche gli avvocati farebbero bene a non essere superficiali in fase di primo contatto con il cliente e scrivere e documentare tutto per non incorrere in incresciosi equivoci a distanza di tempo.

 

Incarico professionale – mandato

Sebbene in questo contributo ci si voglia soffermare maggiormente sul preventivo, possiamo però fare almeno un cenno all’argomento sul mandato professionale, essendo prodromico a quanto a breve si dirà.

Il mandato è un contratto (quindi un accodo bilaterale) con il quale il cliente conferisce incarico al professionista, che accetta, di compiere una prestazione intellettuale in suo favore. La prestazione può essere di mera consulenza giuridica, di assistenza in giudizio, di redazione di atti stragiudiziali, quali pareri, contratti ecc.

L’incarico professionale in ambito forense è disciplinato dall’art. 13 della l. 31 dicembre 2021 n. 247 (disciplina dell’ordinamento forense) e dall’ 23 del Codice deontologico forense (approvato dal CNF il 31 gennaio 2014, e succ. modificato).

Non esiste nessun obbligo di forma scritta per il mandato professionale: ciò vuol dire che il conferimento dell’incarico può avvenire anche oralmente e può essere provato con qualsiasi mezzo.

Sul punto, molto chiaramente, Cass. ord. 8863 del 31 marzo 2021, che coglie l’occasione per soffermarsi sull’altra importante distinzione tra mandato e procura alle liti:

 

“Vero è che mandato e procura sono atti distinti: mentre la procura “ad litem” costituisce un negozio unilaterale con il quale il difensore viene investito del potere di rappresentare la parte in giudizio, il mandato sostanziale costituisce un negozio bilaterale (cosiddetto contratto di patrocinio) con il quale il professionista viene incaricato, secondo lo schema negoziale che è proprio del mandato, di svolgere la sua opera professionale in favore della parte (Cass. n. 13963 del 2006; Cass. n. 14276 del 2017)”. La dimostrazione di un incarico (ossia del contratto d’opera) è sufficiente a far sorgere obbligo del difensore di fornire assistenza, dovendo costui poi provvedere a farsi rilasciare procura ad agire, con la conseguenza che il cliente è sufficiente che dimostri di aver dato incarico ad agire (contratto d’opera) e questa dimostrazione era qui chiesta, e non aveva bisogno di allegazione di prova scritta ad substantiam, e dunque non v’erano i limiti di prova testimoniale previsti per quest’ultima”.

 

Preventivo – accordo sul compenso

 

Viceversa, la legge 247 cit. espressamente e dettagliatamente disciplina il preventivo per le competenze del professionista.

  1. 247/ 2012 – Art. 13 Conferimento dell’incarico e compenso
  2. L’avvocato può esercitare l’incarico professionale anche a proprio favore. L’incarico può essere svolto a titolo gratuito.
  3. Il compenso spettante al professionista è pattuito di regola per iscritto all’atto del conferimento dell’incarico professionale
  4. La pattuizione dei compensi è libera: è ammessa la pattuizione a tempo, in misura forfetaria, per convenzione avente ad oggetto uno o più affari, in base all’assolvimento e ai tempi di erogazione della prestazione, per singole fasi o prestazioni o per l’intera attività, a percentuale sul valore dell’affare o su quanto si prevede possa giovarsene, non soltanto a livello strettamente patrimoniale, il destinatario della prestazione.
  5. Sono vietati i patti con i quali l’avvocato percepisca come compenso in tutto o in parte una quota del bene oggetto della prestazione o della ragione litigiosa.
  6. Il professionista è tenuto, nel rispetto del principio di trasparenza, a rendere noto al cliente il livello della complessità dell’incarico, fornendo tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento alla conclusione dell’incarico; è altresì tenuto a comunicare in forma scritta a colui che conferisce l’incarico professionale la prevedibile misura del costo della prestazione, distinguendo fra oneri, spese, anche forfetarie, e compenso professionale
  7. I parametri indicati nel decreto emanato dal Ministro della giustizia, su proposta del CNF, ogni due anni, ai sensi dell’articolo 1, comma 3, si applicano quando all’atto dell’incarico o successivamente il compenso non sia stato determinato in forma scritta, in ogni caso di mancata determinazione consensuale, in caso di liquidazione giudiziale dei compensi e nei casi in cui la prestazione professionale è resa nell’interesse di terzi o per prestazioni officiose previste dalla legge.

 

(…)

 

Dal comma 2 dell’art. 13 si ricava che la pattuizione sul compenso è fatta per iscritto e che avviene “all’atto del conferimento dell’incarico”; poco dopo, al comma 6, si contempla la possibilità che la pattuizione sul compenso avvenga in un momento successivo al conferimento dell’incarico.

Qual ‘ è il momento più giusto e opportuno per prendere accordi sul compenso?

Sicuramente, sarebbe opportuno prendere l’accordo al momento del conferimento dell’incarico; ma spesso non è possibile prevedere accuratamente quale potrà essere la fatica del caso e le possibili fasi anche giudiziali, per cui, talvolta, si attende di studiare la vicenda, iniziare qualche atto per poi comunicare l’importo complessivo del compenso.

E’ sbagliato?

Direi che, purchè vi sia trasparenza, se si concorda che si procederà passo dopo passo, si può anche differire per un po’ l’accordo sul compenso, indicando un range di massima entro il quale oscillerà la spesa di questa prima fase di studio e avvio.

L’accordo deve essere il più possibile dettagliato e, pertanto, si potrà redigere un preventivo che, partendo da una spesa di massima, indicherà le presumibili fasi da affrontare, gli importi relativi ad ognuna di esse; si potrà inserire una clausola di garanzia, nella quale il professionista si riserva di comunicare eventuali oneri economici che dovessero sopraggiungere o ulteriori oneri che dovessero derivare da fasi impreviste, da aumenti di spese e simili. In tal caso, si riconvocherà il cliente e gli si sottoporrà nuovamente il dettaglio delle spese, verificando se è sua intenzione andare avanti. In caso di dissenso, il cliente potrà recedere dal contratto e l’avvocato rinunciare al mandato.

Ovviamente, il preventivo, atto unilaterale, va accettato dal cliente e, in caso venga modificato, ugualmente sarà necessario raccogliere nuovamente il consenso dello stesso. Mai modificare unilateralmente e informare alla fine il cliente, come è giusto che sia e salve pattuizioni diverse.

Il preventivo è un atto unilaterale, quindi predisposto dal professionista; potremmo dire che esso è una proposta, sui cui vi è anche possibilità di trattativa; diventa “patto” solo all’atto dell’accettazione del cliente.

La legge, come visto, prevede la forma scritta per il preventivo.

La domanda è: la forma scritta indicata dalla legge 247 è obbligatoria? E cosa succede se essa non viene rispettata?  Cioè se il compenso viene concordato oralmente o non viene per nulla concordato?

Orbene, a differenza di quanto detto per il mandato, qui la risposta è diversa.

L’obbligo di forma scritta per gli accordi sul compenso è prescritto dall’art. 2233 cc, u. co.:

“Sono nulli, se non redatti in forma scritta, i patti conclusi tra gli avvocati ed i praticanti abilitati con i loro clienti che stabiliscono i compensi professionali”.

La norma si inserisce nel contesto più ampio dell’art. 2233, che, in materia di compensi dei professionisti, attribuisce priorità all’accordo delle parti; in mancanza, il compenso è pur sempre dovuto, ma la sua misura sarà determinata secondo le tariffe o gli usi o direttamente dal giudice, sentito il parere dell’ordine professionale di competenza.

Pertanto, la risposta alla domanda è articolata: la forma scritta per gli accordi sul compenso (quindi per il preventivo) è obbligatoria; in caso di inosservanza (quindi accordo orale o mancanza totale di accordi), il professionista avrà comunque diritto al compenso, ma dovrà farsi ricorso ai criteri suppletivi indicati dalla norma citata, quindi, in caso di contenzioso, deciderà il giudice che oggi applica i decreti ministeriali su parametri (v. art. 13, comma6, l. 247 cit., supra).

Tutto ciò è stato più volte confermato dalla Cassazione in sue recenti pronunce:

 

“Il Tribunale, infatti, rilevando che mancava un accordo vincolante, ha applicato in sostanza il comma 3 dell’articolo 2233 c.c., nel testo introdotto dal Decreto Legge n. 223 del 2006, articolo 2, convertito con modif. dalla l. n. 248 del 2006, che ha imposto a pena di nullita’ la forma scritta per l’accordo di determinazione del compenso professionale tra l’avvocato e il suo cliente. Sul punto, invero, la norma indicata non puo’ ritenersi abrogata con l’entrata in vigore della l. n. 247 del 2012, articolo 13, comma 2, li’ dove ha stabilito che “il compenso spettante al professionista e’ pattuito di regola per iscritto all’atto del conferimento dell’incarico professionale”, poiche’ la novita’ legislativa, lasciando impregiudicata la prescrizione contenuta nell’articolo 2233, ult. comma, c.c., ha inteso disciplinare non la forma del patto, che resta quella scritta a pena di nullita’, ma soltanto il momento in cui stipularlo. Conseguentemente, la scrittura non puo’ essere sostituita con mezzi probatori diversi dal documento e la prova per presunzioni semplici, al pari della testimonianza, sono ammissibili nei soli casi di sua perdita incolpevole ex articoli 2724 e 2725 c.c. (Cass. Sez. 2, n. 717 del 12/01/2023), perche’ l’osservanza dell’onere formale ad substantiam non e’ prescritta esclusivamente ai fini della dimostrazione del fatto, ma per l’esistenza stessa del diritto fatto valere. La deduzione di un accordo in forma orale, ricavabile “a contrario”, non coglie pertanto nel segno”  (Cass. ord., 9 giugno 2023 n. 16383).

“In altri termini, il requisito della forma scritta prescritto a pena di nullita’ dall’articolo 2233 c.c., comma 3, per l’accordo tra professionista e cliente sulla determinazione consensuale dei compensi in deroga a quelli previsti per legge, non puo’ essere sostituito con mezzi probatori diversi e la prova per presunzioni semplici, al pari della testimonianza, sono ammissibili nei soli casi di perdita incolpevole del documento ex articoli 2724 e 2725 c.c., presupponendosene, percio’, sempre la sua preesistenza. Al riguardo ed in via generale, va rimarcato che la nuova Legge professionale forense, articolo 13 (la n. 247 del 2012), per quanto concerne i criteri di determinazione del compenso professionale, accorda preferenza alla volonta’ delle parti, da un lato stabilendo che “l’incarico puo’ essere svolto a titolo gratuito” (comma 1) e che “la pattuizione dei compensi e’ libera” (comma 3), fermo il divieto del patto che attribuisca all’avvocato “come compenso in tutto o in parte una quota del bene oggetto della prestazione o della ragione litigiosa” (comma 4), e dall’altro lato ribadisce la natura meramente sussidiaria dei “parametri” forensi, i quali “si applicano quando all’atto dell’incarico o successivamente il compenso non sia stato determinato in forma scritta” (comma 6).Sotto il profilo processuale e, in particolare, del riparto dell’onere probatorio, cio’ significa che, ove dovessero sorgere contestazioni in ordine alla debenza o all’entita’ del compenso, spetta alla parte che vi ha interesse dimostrare l’esistenza di un valido accordo sul punto (concluso, quindi, nel rispetto delle forme previste dall’ordinamento). Grava, quindi, sul committente-cliente la prova dell’eventuale accordo sulla gratuita’ della prestazione, cosi’ come della pattuizione, necessariamente in forma scritta, di un compenso in misura inferiore rispetto a quella che deriverebbe dall’applicazione dei parametri forensi, mentre incombe sul professionista-avvocato l’onere della prova di aver pattuito – sempre nella forma per iscritto – un compenso in misura ad essi superiore.

Deve, quindi, essere qui ribadito il principio di diritto alla stregua del quale, ai sensi dell’articolo 2233, comma 3 (come sostituito dal Decreto Legge n. 223 del 2006, articolo 2, comma 2-bis, conv., con modif., dalla L. n. 248 del 2006), c.c., l’accordo di determinazione del compenso professionale tra avvocato e cliente deve rivestire la forma scritta “ad substantiam” a pena di nullita’, senza che rilevi la disciplina introdotta dalla L. n. 247 del 2012, articolo 13, comma 2, (recante la nuova disciplina sull’ordinamento professionale forense), che, nell’innovare il solo profilo del momento della stipula del negozio individuato, di regola, nella data del conferimento dell’incarico, ha lasciato invariato (con la previsione di cui al successivo comma 6 dello stesso articolo 13) quello sul requisito di forma, con la conseguenza che, da un lato, l’accordo, quando non trasfuso in un unico documento sottoscritto da entrambe le parti, si intende formato quando la proposta, redatta in forma solenne, sia seguita dall’accettazione nella medesima forma e, dall’altro, che la scrittura non puo’ essere sostituita con mezzi probatori diversi e la prova per presunzioni semplici, al pari della testimonianza, sono ammissibili nei soli casi di perdita incolpevole del documento ex articoli 2724 e 2725 c.c. (cfr. Cass. n. 717/2023 e Cass. n. 16383/2023)” (Cass. sent., 24 ottobre 2023 n. 29432).

 

In conclusione, direi che sarebbe opportuno sempre prendere accordi sul compenso, anche in più momenti se necessario, lasciandone traccia scritta. Perché se è vero che il diritto del professionista non viene meno nell’eventualità di mancanza di forma scritta, è altresì vero che più difficile sarà l’onere probatorio per lui. Senza considerare che l’inosservanza dell’obbligo di trasparenza co il cliente in fase di assunzione dell’incarico espone a sanzioni disciplinari, salvo il diritto del cliente ad eventuale azione di risarcimento del danno. 

Viceversa, anche per il cliente è rischioso lasciare indefinito il compenso in quanto, onere probatorio a parte, resta il fatto che, in mancanza di forma scritta e di impossibilità a provare, si applicheranno i parametri che il giudice è chiamato ad applicare, che potrebbero risultare a lui meno favorevoli. 

Insomma, meglio perdere un po’ di tempo in più in fase di primo incontro, di raccolta del consenso da parte del cliente che dimenarsi a fine mandato per capire chi ha detto cosa, mettendo in discussione fatti e atti. Altrimenti, se si pensa di affidarsi alla regola antica dei patti “sulla parola”, bisogna metter in conto … che verba volant

© Annunziata Candida Fusco