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Incidente di motocross: il gestore della pista è responsabile?

Incidente di motocross: il gestore della pista è responsabile?

Cassazione Civile Ordinanza  n. 17942

L’interessante caso affrontato dall’ordinanza emarginata riguarda un’ipotesi non nuova di responsabilità per cose in custodia ma in un contesto sportivo ad alto rischio e pericolo dovuto all’attività stessa ossia l’alta velocità su due ruote su percorso accidentato. 

Il caso 

“Con atto di citazione del 1.6.3010, Ma.Si. agì nei confronti dell’Associazione sportiva dilettantistica (…) (di seguito, ASD), nonché dell’Associazione Italiana Cultura e Sport Veneto e dell’Associazione Italiana Cultura e Sport Nazionale, al fine di ottenerne la condanna in solido al risarcimento del danno subito in conseguenza del sinistro occorsogli il 18.2.2007 sulla pista da motocross dell’Associazione, a seguito del quale – benché indossasse regolarmente casco e paraschiena – aveva riportato gravi lesioni alla schiena; dedusse che la causa del sinistro era da imputarsi alla presenza di sassi sulla pista e al fondo ghiacciato.

L’ASD si costituì, sostenendo che l’incidente andava ascritto ad imprudenza ed imperizia del motociclista. Il Tribunale di Vicenza, con sentenza del 6.8.2018, accolse la domanda attorea nei soli confronti dell’ASD, condannandola al pagamento della somma di Euro 567.930,00 in favore dell’attore e condannando altresì la Fondiaria – SAI Spa (ora, (…) Spa), chiamata in causa, a tenere indenne l’ASD, propria assicurata, nei limiti del massimale di polizza”.

La Corte d’appello di Venezia, con sentenza del 13.4.2021, accolse però il gravame proposto dall’ASD proprietaria della pista, in riforma della prima decisione. Osservava la Corte territoriale che “il sinistro era da ascrivere al caso fortuito, non essendo dato ravvisare sotto quale profilo la pista dell’ASD appellante avesse caratteristiche intrinseche o condizioni di manutenzione incompatibili con la natura dello sport al cui esercizio era destinata, né comunque sussistendo la natura antigiuridica della condotta”.

 

I motivi del ricorso in Cassazione 

Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione Ma.Si., sulla base di tre motivi che si possono così sintetizzare: 1) violazione dell’art. 2043 cc e art. 4 Regolamento FMI per aver la sentenza d’appello escluso la responsabilità del Crossomodro “rilevando che sassi di rilevanti dimensioni, presenti nella pista e causa dell’evento dannoso, esulano dall’obbligo di manutenzione e vanno considerati mere asperità naturali con cui il motociclista deve necessariamente confrontarsi”; 2) violazione dell’art. 2051 cc per aver la sentenza d’appello “escluso la responsabilità del custode, ancorché fosse stato dimostrato il nesso causale tra cosa ed evento, in assenza di prova positiva di fatto fortuito idoneo a spezzare il nesso causale, prova tuttavia indispensabile, secondo il paradigma dell’art. 2051 c.c., per escludere la responsabilità del custode; 3) omesso esame e omessa valutazione di fatto decisivo “non essendosi valutata come necessaria la sussistenza del caso fortuito onde escludere la responsabilità del custode riguardo alle condizioni della pista custodita”.

La motivazione della Corte 

Secondo la Cassazione  il primo motivo è infondato. Dopo aver confermato che la Corte d’Appello correttamente aveva escluso la responsabilità del Crossodromo sia ai sensi dell’art. 2043 che ai sensi dell’art. 2051 cc per mancanza dei presupposti, la stessa motiva sulla mancanza di responsabilità per violazione del Regolamento FMI. Le norme di tale regolamento sono destinate agli affiliati e la loro violazione non può essere denunciata in Cassazione, potendo essere solo un motivo per descrivere gli oneri di diligenza del gestore della pista ai sensi dell’art. 2043 cc. Ciò detto, la Corte si dilunga a spiegare il contenuto di tale diligenza. L’Art. 4 del Regolamento FMI

(…) non configura affatto il contenuto dell’obbligo di manutenzione della pista da motocross, ma detta soltanto le condizioni che devono osservarsi affinché il circuito possa essere omologato dalla Federazione, richiedendosi in particolare che non si faccia ricorso ad elementi non naturali (quali ad es., cemento, catrame, ecc.). In altre parole, come sostanzialmente pure ritenuto dal giudice d’appello, la disposizione regolamentare vuole solo impedire che, lungo il percorso della pista da motocross, l’utente possa imbattersi in opere, manufatti, ecc., creati dall’uomo e dunque esulanti dal contesto fuoristradistico. Ciò, evidentemente, in piena sintonia con lo sport cui il circuito omologando è destinato, caratterizzato dall’uso di potenti ed agili motocicli, dotati di speciali gomme tassellate e ampia escursione degli ammortizzatori, in grado di affrontare efficacemente e velocemente le asperità del terreno e le difficoltà connesse (salti, curve, avvallamenti, ecc.);

si tratta, come è noto, di uno sport fuoristradistico, la cui essenza – se confinata in un circuito all’uopo predisposto – consiste proprio nell’affrontare nel più breve tempo possibile il perimetro del circuito stesso, le cui caratteristiche il pilota deve sfruttare, con abilità, per sopravanzare i concorrenti (per meglio intendersi: il tratto di circuito percorso durante un salto consente al pilota di coprire una data lunghezza molto più velocemente che la si percorresse senza effettuare il salto stesso); ma la questione non cambia affatto in relazione ad un utilizzo del circuito non agonistico (non finalizzato, cioè, all’espletamento di una gara, ma solo per allenamento od altra causa di diporto, come avvenuto nella specie).

Fatta questa lunga ma significativa spiegazione tecnica sulle caratteristiche oggettive della pista, la Corte non manca di precisare che “l’utilizzo del circuito da parte del motociclista richiede apprezzabile perizia, trattandosi comunque di uno sport motoristico, di per sé pericoloso, svolto in ambiente natura/iter accidentato, destinato a continui mutamenti, giro dopo giro, per effetto dell’intenso lavoro cui il circuito è sottoposto dall’azione dei motocicli, anche in ragione della tassellatura delle gomme di cui essi sono dotati”. Insomma, anche il pilota deve fare la sua parte, essendo pienamente consapevole della pericolosità dello sport praticato.

La presenza di sassi o asperità varie sul percorso, dunque, fa parte del gioco, fatte salve situazioni che, in relazione alle cennate caratteristiche dello sport di cui si discute, si presentino come obiettivamente eccezionali e/o imprevedibili secondo quanto normalmente atteso da un manufatto di questa specie (si ipotizzi un ostacolo così rilevante, su un circuito da motocross, da non poter essere superato o affrontato da una moto da cross, ma solo, ad es., da una moto trial).

Tale situazione non può riscontrarsi in relazione al caso che occupa, in cui lo stesso accertamento operato dalla Corte d’appello, circa la presenza di sassi affioranti dal terreno per circa 15 – 20 cm. (rectius, “sassi di dimensioni apprezzabili”), è avvenuta più su base deduttiva che fenomenica ed appare comunque compatibile con l’uso cui il circuito era destinato.
Del tutto correttamente, dunque, la Corte d’appello ha escluso la responsabilità dell’ASD ex art. 2043 c.c., non essendo configurabile un onere manutentivo – o altrimenti positivo o commissivo – del circuito da motocross, in capo al gestore, tale da rendere il percorso privo di ostacoli, asperità o pericoli: invece, consustanziali alla stessa natura dello sport di cui si discute.

Ugualmente infondati sono il secondo e il terzo motivo fondati sulla tesi della erronea interpretazione del presupposto della esclusione della responsabilità del custode, ossia il verificarsi di un evento fortuito (in questo caso: il fatto del pilota).

A tal proposito la Corte coglie l’occasione per ribadire e riepilogare tutti i precedenti relativi al suo consolidato orientamento in materia di responsabilità ex art. 2051 cc. Come confermato anche dalle Sezioni unite, 

La responsabilità ex art. 2051 c.c. ha natura oggettiva – in quanto si fonda unicamente sulla dimostrazione del nesso causale tra la cosa in custodia e il danno, non già su una presunzione di colpa del custode – e può essere esclusa o dalla prova del caso fortuito (che appartiene alla categoria dei fatti giuridici), senza intermediazione di alcun elemento soggettivo, oppure dalla dimostrazione della rilevanza causale, esclusiva o concorrente, alla produzione del danno delle condotte del danneggiato o di un terzo (rientranti nella categoria dei fatti umani), caratterizzate, rispettivamente, la prima dalla colpa ex art. 1227 c.c. (bastando la colpa del leso: Cass., n. 21675/2023, Rv. 668745 – 01; ancor più di recente, Cass. n. 2376/2024, Rv. 670396 – 01) o, indefettibilmente, la seconda dalle oggettive imprevedibilità e non prevenibilità rispetto all’evento pregiudizievole.

Per una disamina della copiosa giurisprudenza citata, si rinvia alla lettura integrale del testo dell’ordinanza che si allega.  La Corte, con un eccesso di zelo, sintetizza e chiarisce. Riassumendo, l'”esatta interpretazione” che le Sezioni Unite (nonché i successivi approdi della giurisprudenza di questa Corte) hanno dato dell’art. 2051 c.c., per quanto qui rileva, può cosi compendiarsi (da ultimo, Cass. n. 8346/2024):

a) la responsabilità del custode è esclusa dalla prova del “caso fortuito”;
b) il caso fortuito può consistere in un fatto naturale, in una condotta d’un terzo estraneo tanto al custode quanto al danneggiato, oppure in un comportamento della vittima;
c) se il caso fortuito è consistito in un fatto naturale o del terzo, esso in tanto esclude la responsabilità del custode, in quanto sia oggettivamente (e cioè per qualunque persona, e non solo per il custode) imprevedibile ed inevitabile;
d) se il caso fortuito è consistito nella condotta della vittima, al fine di stabilire se esso escluda in tutto od in parte la responsabilità del custode debbono applicarsi i seguenti criteri:
d’) valutare in che misura il danneggiato avrebbe potuto prevedere ed evitare il danno; d”) valutare se il danneggiato ha rispettato il “generale dovere di ragionevole cautela”;
d”’) escludere del tutto la responsabilità del custode, se la condotta del danneggiato ha costituito una evenienza “irragionevole o inaccettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale”;
d””) considerare irrilevante, ai fini del giudizio che precede, la circostanza che la condotta della vittima fosse astrattamente prevedibile. 

 

Durante l’attività istruttoria emergeva che l’unico teste oculare ha confermato che il motociclista cadde col bacino su un sasso “ma non anche che egli sia caduto a causa dell’impatto della moto contro un sasso, avendo il teste solo visto che la moto dell’attore si impennò prima di cadere per terra. Insomma, difetta ogni accertamento, da parte della Corte d’appello, sulla eziologia della caduta”. La caduta del motociclista costituiva un fatto meramente casuale, ossia strettamente ed intimamente connaturato con i rischi normalmente affrontati da chi si cimenta col motocross. Nessuna responsabilità dunque per il gestore della pista ai sensi dell’art. 2051 cc in quanto “nell’esame della responsabilità risarcitoria (lato sensu intesa), collegata all’esercizio sportivo non professionistico, non può prescindersi dall’accettazione del rischio da parte dell’utente, connaturato al tipo di sport praticato”, come pure ricorda Cass. n. 3997/2020, secondo cui

“In tema di sport amatoriale, pur implicante attività agonistica, la consapevolezza del rischio di chi vi partecipa volontariamente riduce la soglia di responsabilità dei custodi del bene sul quale viene svolta la competizione, i quali sono tenuti ad attenersi alle normali cautele idonee a contenere il rischio nei limiti confacenti alla specifica attività sportiva, ove esso, per le sue intrinseche caratteristiche, non sia più elevato che nella media” (principio affermato in relazione al calcetto).

Nello stesso senso anche Cass. n. 16223/2022 relativa ad un caso di sci alpino. 

In conclusione, nel confermare la decisione di secondo grado che escludeva la responsabilità della Asd, la Corte aggiunge che “la circostanza che il sinistro stesso sia accaduto durante il giro di ricognizione del circuito da parte dello stesso danneggiato (v. ricorso, p. 5) denota vieppiù l’assenza dei vizi denunciati dal Ma. in questa sede: l’incidente può dirsi senz’altro correlato all’accettazione del rischio “normalmente” gravante sull’utente di un circuito da motocross, se non pure da una verosimilmente inadeguata perizia dello stesso Ma., addirittura caduto in una fase in cui il circuito stesso avrebbe dovuto affrontarsi con la necessaria cautela, proprio per individuarne le caratteristiche e i pericoli “tipici” (posto che di pericoli “atipici”, nella specie, non v’è traccia, come s’è detto ampiamente)”.

Insomma, se fai motocross accetti il rischio dello sport che pratichi e prima di invocare la responsabilità del gestore della pista, rifletti bene sulle regole del gioco che hai deciso di accettare. 

Il ricorso è rigettato …. per fortuna con spese di lite compensate in quanto sul caso mancavano precedenti!

Cass. 17942_2024 LaTribunaplus

© Annunziata Candida Fusco