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Amministrazione di Sostegno: sì, con limitazioni proporzionate

Amministrazione di Sostegno: sì, con limitazioni proporzionate

Cass. civ. ord. n. 14686 del 27 maggio 2024

La Cassazione affronta la delicata problematica connessa alla valutazione dei presupposti dell’Amministrazione di Sostegno (ADS), mettendo bene in luce le difficoltà pratiche di una applicazione puntuale dell’istituto da compiersi caso per caso, specificando bene sia lo stato di difficoltà in cui si trova il soggetto tutelando sia l’ampiezza dei poteri dell’amministratore, affinché lo strumento non limiti in maniera non adeguata la capacità residua della persona.

Il caso, come spesso avviene, si svolge in un contesto familiare, in cui putroppo non c’è molta sintonia.

I parenti di Tizia chiedono al Giudice tutelare di nominarle un ADS in quanto, a loro dire, “la medesima era affetta da un grave stato di alterazione psicofisica, evidenziato da osmofobia, deliri persecutori e prodigalità, situazione che ne riduceva notevolmente la capacità di gestire autonomamente il patrimonio”.

E’ il caso ricorrente di familiari preoccupati che il soggetto affetto da una qualche infermità possa dissipare il suo patrimonio.

Tizia resiste in giudizio e si difende, ma il Giudice accoglie il ricorso dei parenti e nomina un estraneo (un avvocato) ADS, specificando dettagliatamente i poteri conferitigli: si esclude che Tizia possa da sola finanche riscuotere la sua pensione.

Il Giudice giustifica il provvedimento sulla base delle attività istruttorie, in particolare dando risalto a quanto emerso dalla relazione dei Servizi sociali, che avevano evidenziato che Tizia viveva da sola in un appartamento in locazione sebbene fosse proprietaria di vari immobili; che era andata in pensione a causa delle difficoltà psichiche; che era stata in cura presso un centro di salute mentale; che aveva tenuto comportamenti rischiosi come ad esempio dormire per strada; che non sapeva gestire le sue risorse e in sede processuale aveva rifiutato di sottoporsi a visita da parte del ctu.

Tizia proponeva reclamo contro il provvedimento ma la Corte d’Appello lo rigettava, confermando quanto indicato dal Giudice tutelare; in più, si sottolineava che la ricorrente presentava un quadro clinico di disturbo istrionico di personalità, omettendo però di seguire la terapia prescrittale; le certificazioni mediche da essa prodotte prodotte non dimostravano condizioni di buona salute; tutti gli elementi di giudizio acquisiti inducevano a ritenere che “la reclamante fosse affetta da patologie psichiatriche influenti sulla capacità decisionale”. Pertanto, necessitava di un ADS estraneo, data la conflittualità esistente con i suoi parenti. 

Tizia presentava ricorso in Cassazione anche contro questo provvedimento, affidando a 4 motivi le sue doglianze: 

  1.  la Corte d’appello non aveva accertato la sussistenza di una patologia psichiatrica legittimante la misura applicata, basando il suo giudizio esclusivamente su dichiarazioni verbali di Servizi sociali e polizia locale, evidentemente influenzate da parenti malevoli; 
  2. la Corte territoriale aveva travisato le prove in ordine alla valutazione di una patologia rilevante che avrebbe compromesso la capacità della ricorrente di provvedere ai suoi interessi, omettendo l’esame di altri certificati medici prodotti;
  3. la Corte territoriale non aveva adeguatamente motivato il decreto di nomina dell’amministratore di sostegno in relazione ai presupposti dell’incapacità della ricorrente a provvedere ai propri interessi;
  4. la Corte d’appello aveva rigettato anche l’istanza di riduzione dell’ambito dei poteri dell’amministratore di sostegno, in violazione del principio di proporzionalità della misura disposta, nella parte in cui non era stato consentito alla ricorrente di fruire della propria pensione.

 

La Corte di Cassazione riteneva fondati tutti e 4 i motivi: affronta così, esaminandoli attentamente, tutte i rischi connessi ad una valutazione superficiale in cui può incorrere il Giudice tutelare, provando ad arginare fenomeni di superficialità nell’applicazione dell’istituto dell’ADS che è nato per ovviare ad sistema molto rigido dell’interdizione. 

Articolo 404 cod. civ. – Amministrazione di sostegno 

La persona che, per effetto di una infermità ovvero di una menomazione fisica o psichica(1), si trova nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, può essere assistita da un amministratore di sostegno, nominato dal giudice tutelare del luogo in cui questa ha la residenza o il domicilio.

 

Secondo la ricorrente, la Corte territoriale aveva mal valutato gli elementi acquisiti, senza dare il giusto peso alla documentazione medica da lei prodotta, arrivando così alla frettolosa conclusione che i suoi disturbi fossero di entità tali da privarla della sua totale capacità di gestire i suoi interessi.

La Corte di Cassazione riesamina il materiale probatorio e spiega che la Corte d’Appello aveva dedotto il suo ragionamento dal semplice fatto che Tizia si fosse rifiutata di sottoporsi a visita in fase di ctu; quanto alla documentazione prodotta, per il solo fatto che esse evidenziavano patologie, si è arrivati alla conclusione che le stesse fossero totalmente invalidanti. Questi presupposti hanno indotto la Corte a nominare l’ADS.

Orbene, l’iter logico seguito dalla Cassazione è diverso e decisamente più prudente e in linea con la ratio dell’istituto sottesa alla legge.

Prima di tutto, spiga la Cassazione, “nel caso concreto, non è conclusione inequivocabile quella secondo cui la condotta non collaborativa della ricorrente e il suo rifiuto aprioristico di sottoporsi alle visite prescritte costituisse un indice significativo di una condizione di salute tale da rendere necessaria la nomina contestata. Al riguardo, va rilevato che la decisione impugnata si è fondata su una serie di elementi di natura indiziaria circa lo stato di salute della ricorrente, ritenuta tale da richiedere l’intervento di sostegno in questione, che però, nell’ambito di una valutazione complessiva, non può dirsi costituisca prova sufficiente dei presupposti della misura stessa”.

La procedura di nomina dell’amministratore di sostegno presuppone una condizione attuale, se non d’incapacità, quantomeno di seria difficoltà in cui versi la persona, il che esclude la legittimazione a richiedere l’amministrazione di sostegno per quella che si trovi nella piena capacità psico-fisica o tenga condotte di vita solo apparentemente anomale, poiché non occorre che la stessa versi in uno stato d’incapacità d’intendere o di volere, essendo sufficiente che sia priva, in tutto o in parte, di autonomia per una qualsiasi “infermità” o “menomazione fisica”, anche parziale o temporanea e non necessariamente mentale, che la ponga nell’impossibilità di provvedere ai propri interessi o nella condizione di gravemente lederli; in tale ipotesi, il giudice è tenuto, in ogni caso, a nominare un amministratore di sostegno, poiché la discrezionalità attribuitagli dall’art. 404 c.c. ha ad oggetto solo la scelta della misura più idonea e non anche la possibilità di non adottare alcuna misura, che comporterebbe la privazione, per il soggetto incapace, di ogni forma di protezione dei suoi interessi, ivi compresa quella meno invasiva (Cass., n. 12998/19). In tema di amministrazione di sostegno, l‘accertamento della ricorrenza dei presupposti di legge, in linea con le indicazioni contenute nell’art.12 della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle persone con disabilità, deve essere compiuto in maniera specifica e circostanziata sia rispetto alle condizioni di menomazione del beneficiario – la cui volontà contraria, ove provenga da persona lucida, non può non essere tenuta in considerazione dal giudice – sia rispetto all’incidenza della stesse sulla sua capacità di provvedere ai propri interessi personali e patrimoniali, verificando la possibilità, in concreto, che tali esigenze possano essere attuate anche con strumenti diversi come, ad esempio, avvalendosi, in tutto o in parte, di un sistema di deleghe o di un’adeguata rete familiare (Cass., n. 21877/22). Nella specie, ai fini della decisione, la Corte ha valorizzato alcune forme di disagio prive, di per sé, di una sufficiente valenza in ordine ai presupposti dell’amministratore di sostegno, come d’altra parte adombrato in motivazione. La Corte d’appello non ha infatti chiaramente statuito riguardo al fatto che la ricorrente fosse persona priva, in tutto o in parte, di autonomia per una qualsiasi “infermità” o “menomazione fisica”, tale che la ponga nell’impossibilità di provvedere ai propri interessi, avendo in realtà fatto riferimento a patologie di origine psichica, a un non chiaro trattamento (somministrato da privati sin dall’età di 20 anni) e relativo a un quadro clinico di disturbo istrionico di personalità, senza in nessun modo chiarire se le patologie menzionate avessero determinato una tale menomazione, fisica o psichica, tal da rendere necessario disporre – in contrasto con la volontà della persona – la misura in questione, e tale da giustificare l’ampiezza di poteri conferiti all’amministratore, comprensivi della possibilità di riscuotere la pensione della medesima beneficiaria della misura”.

 

In definitiva, emerge dagli atti che la nomina dell’amministratore di sostegno sia stato il frutto di un’opzione previsionale calibrata sull’ipotesi di una condotta futura della ricorrente, non sorretta da chiari ed univoci accertamenti clinici e diagnostici; ciò risulta avvalorato dal fatto che non sono stati accertati, né allegati, i fatti di prodigalità (sicuramente rilevanti, ove accertati, come passibili di arrecarle danno e conseguenze pregiudizievoli), ai quali i ricorrenti, prossimi congiunti della Di.Vi., avrebbero fatto riferimento.

 

La Corte, inoltre, rimarca come il provvedimento sia stato fortemente limitativo della capacità della ricorrente, sproporzionato al suo stato: averle sottratto finanche la possibilità di riscuotere da sola la propria pensione risulta un’ingiustificata limitazione della capacità di agire della persona.

“In tale quadro, le dichiarazioni del beneficiario e la sua eventuale opposizione, soprattutto laddove la disabilità si palesi solo di tipo fisico, devono essere opportunamente considerate, così come il ricorso a possibili strumenti alternativi dallo stesso proposti, ove prospettati con sufficiente specificità e concretezza (Cass., n. 10483/22)”.

 

In conclusione , scrive la Corte, il principio di diritto da seguire è il seguente:

“Ai fini della nomina dell’amministratore di sostegno, la condotta non collaborativa del soggetto beneficiario della misura non può, di per sé, costituire un indizio significativo della menomazione della salute, fisica o psichica, in mancanza di accertamenti clinici certi ed univoci. L’ambito dei poteri da conferire all’amministratore di sostegno deve rispondere alle specifiche finalità di tutela del soggetto amministrato e non può prescindere da risultanze espressive di un chiaro e significativo stato di menomazione o difficoltà della persona che s’ipotizza bisognevole di tutela”.

Si rinvia perciò il giudizio ad altra Corte d’Appello che dovrà riesaminare il caso, attenendosi al principio enunciato. 

Per la lettura integrale dell’interessante pronuncia si rinvia all’allegato. 

© Annunziata Candida Fusco