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Assegno divorzile: va considerata anche la convivenza prematrimoniale

Assegno divorzile: va considerata anche la convivenza prematrimoniale

Che cosa succede se due persone, dopo un periodo di convivenza, decidono di convolare a nozze e successivamente, purtroppo, arrivano al capolinea? Dopo la separazione, anche il divorzio: è giusto non tenere in conto, ai fini della determinazione dell’importo dell’assegno divorzile, il periodo prematrimoniale, talvolta lungo, che ha unito la coppia?

La Cassazione a Sezioni Unite risponde all’interrogativo, aggiungendo un ulteriore tassello al riconoscimento delle unioni more uxorio, che ancora faticano ad essere pienamente equiparate alla dimensione familiare a tutto tondo.

Il caso vede protagonista una coppia sposta nel 2003 e arrivata al divorzio dopo alcuni anni.

Tribunale e Corte d’Appello quantificavano diversamente l’assegno divorzile, ossia l’assegno in favore della moglie a carico del marito: in particolare, la Corte d’Appello di Bologna riduceva l’assegno in favore della moglie in quanto, come emergeva dagli atti, quest’ultima non aveva lavorato vista l’agiatezza della sua famiglia d’origine e non per dedicarsi a marito e a figli; non risultava che avesse sacrificato le sua ambizioni professionali per dedicarsi pienamente alla conduzione della vita familiare. A tal fine, nel quantificare l’assegno, la Corte riteneva rilevante solo il periodo matrimoniale, protrattosi dal 2003 al 2010, non considerando il periodo prematrimoniale di convivenza, iniziato nel 1996, in quanto, spiegava, “gli obblighi nascono dal matrimonio e non dalla convivenza”; pertanto al momento del matrimonio la moglie aveva già abbandonato il suo lavoro da commessa.

Ma la moglie non accettava tale soluzione, impugnando la sentenza in Cassazione.

La prima sezione civile riteneva che la questione della rilevanza della durata del rapporto di convivenza ai fini della determinazione dell’assegno divorzile fosse di particolare importanza per cui assegnava la controversia alle Sezioni Unite per la soluzione.

La moglie sosteneva in Cassazione la necessità di considerare i sette anni di convivenza prematrimoniale, durante la quale era nato anche un figlio; il marito riteneva che invece essa fosse da considerare irrilevante in quanto la convivenza si era resa necessaria avendo egli dovuto attendere i tempi processuali per ottenere  il divorzio dalla sua prima moglie.

Il P. G. riteneva irrilevante il periodo prematrimoniale in base all’art. 5, comma 6, l. div., che espressamente fa riferimento, ai fini della determinazione dell’assegno divorzile, alla “durate del matrimonio”, dovendosi perciò escludere una interpretazione estensiva della norma.

Le Sezioni Unite ritengono preliminare una ricostruzione del quadro normativo di riferimento che occupa buona parte delle 41 pagine della sentenza. Citano tutti i precedenti della Corte, sintetizzando principi ormai consolidati e incontestati.

Senza entrare nei dettagli, volendoci qui soffermare sul cuore della pronuncia, le Sezioni Unite arrivano ad una conclusione che attribuisce rilevanza alla convivenza prematrimoniale a tutti gli affetti anche ai fini della determinazione dell’assegno divorzile.

 

“Indubbiamente, permane, nel nostro ordinamento, una differenza fondamentale tra matrimonio e convivenza, anche dopo la disciplina della legge n. 76 del 2016, fondata sulla differenza dei modelli, dato che il matrimonio e, per volontà del legislatore, l’unione civile, appartengono ai modelli c.d. «istituzionali», mentre la convivenza di fatto, al contrario, è un modello «familiare non a struttura istituzionale». Tuttavia, convivenza e matrimonio sono comunque modelli familiari dai quali scaturiscono obblighi di solidarietà morale e materiale, anche a seguito della cessazione dell’unione istituzionale e dell’unione di fatto”.

 

Accoglie, pertanto, il motivo di impugnazione della moglie, enunciando il seguente principio di diritto:

« Ai fini dell’attribuzione e della quantificazione, ai sensi dell’art. 5, comma 6, l. n. 898/1970, dell’assegno divorzile, avente natura, oltre che assistenziale, anche perequativo-compensativa, nei casi peculiari in cui il matrimonio si ricolleghi a una convivenza prematrimoniale della coppia, avente i connotati di stabilità e continuità, in ragione di un progetto di vita comune, dal quale discendano anche reciproche contribuzioni economiche, laddove emerga una relazione di continuità tra la fase «di fatto» di quella medesima unione e la fase «giuridica» del vincolo matrimoniale, va computato anche il periodo della convivenza prematrimoniale, ai fini della necessaria verifica del contributo fornito dal richiedente l’assegno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno dei coniugi, occorrendo vagliare l’esistenza, durante la convivenza prematrimoniale, di scelte condivise dalla coppia che abbiano conformato la vita all’interno del matrimonio e cui si possano ricollegare, con accertamento del relativo nesso causale, sacrifici o rinunce, in particolare, alla vita lavorativa/professionale del coniuge economicamente più debole, che sia risultato incapace di garantirsi un mantenimento adeguato, successivamente al divorzio».

Un grande passo per tante coppie-famiglie che arrivano al matrimonio dopo periodi anche lunghi di vita insieme, senza soluzione di continuità, di intenti, di affetti.

© Annunziata Candida Fusco

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