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La dignità dell’embrione, principio di vita

La dignità dell’embrione, principio di vita

Breve nota a Corte Costituzionale, sent. 24 luglio 2023 n. 161.

La Corte Costituzionale torna a parlare di embrione e di bilanciamento di diritti fondamentali in relazione alle delicate questioni etiche e giuridiche poste da un caso di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA).

Gli interessi in gioco sono molto alti e tutti meritevoli di tutela, ma alcuni sono destinati a prevalere.

Nel settembre del 2017, una coppia di coniugi aveva prestato il proprio consenso alla crioconservazione dell’embrione formatosi a seguito di fecondazione in vista di un successivo impianto. Nel gennaio del 2018 il marito si allontanava dalla residenza familiare e nel marzo del 2019 i due formalizzavano la separazione consensuale; nel febbraio 2020, nonostante tutto, la moglie chiedeva di procedere all’impianto dell’embrione; nell’agosto dello stesso anno, il marito, dopo aver proposto domanda di divorzio, revocava il suo consenso all’applicazione delle tecniche di PMA.

Il caso finisce davanti alla Corte Costituzionale, in quanto il marito riteneva ingiustamente violato il suo diritto a non diventare genitore, considerato che aveva espresso il suo consenso quando ancora esisteva un progetto di vita comune con la donna e che tra la fecondazione e la richiesta dell’impianto dell’embrione quel progetto era orami svanito. Invocava pertanto il diritto insopprimibile ad una libera scelta dell’assunzione del ruolo genitoriale che sarebbe stato decisamente compromesso se la gravidanza fosse stata portata avanti.

La Corte, nella sua lunghissima ed approfondita disamina, conforme ai suoi precedenti e alla giurisprudenza europea, ritiene invece che il diritto dell’uomo all’autodeterminazione nella scelta sulla genitorialità non sia compromesso dalla impossibilità della revoca del consenso e che l’interesse della donna ad intraprendere la gravidanza sia superiore e meriti di prevalere sebbene ormai la coppia non fosse più sposata.

Difatti, l’investimento maggiore in termini di rischio per la salute psico-fisica è sicuramente quello della donna, destinata a subire un percorso insidioso di trattamenti invasisi e forieri di possibili conseguenze a cui ella ha scelto di sottoporsi proprio perché faceva affidamento sul consenso prestato dall’uomo. Questi, viceversa, per quanto possa essere coinvolto eventualmente in una genitorialità non più desiderata, quando ha prestato il consenso sapeva che non avrebbe potuto revocarlo dopo la fecondazione.

E l’embrione?

La Corte riprende le sapienti considerazioni ormai oggetto di tanta giurisprudenza sulla “dignità dell’embrione”.

“Questa Corte, in linea con la giurisprudenza sovranazionale e convenzionale, ha precisato che l’embrione «ha in sé il principio della vita» (sentenza n. 84 del 2016).

Vita da intendersi quale vita umana, in quanto «la fecondazione è tale da dare avvio al processo di sviluppo di un essere umano» (Corte di Giustizia dell’Unione europea, 2011).

L’embrione viene infatti generato a motivo della speranza che una volta trasferito nell’utero dia luogo a una gravidanza e conduca alla nascita, per cui «quale che ne sia il, più o meno ampio, riconoscibile grado di soggettività correlato alla genesi della vita, non è certamente riconducibile a mero materiale biologico» (sentenze 84 del 2016 e n. 229 del 2015).

La sua «dignità», quindi, è «riconducibile al precetto generale dell’art. 2 Cost.», dovendo essere pertanto tutelato anche ove si sia al cospetto di embrioni soprannumerari o malati (sentenza n. 229 del 2015).

Ove, dunque, si considerino la tutela della salute fisica e psichica della madre, e anche la dignità dell’embrione crioconservato, che potrebbe attecchire nell’utero materno, risulta non irragionevole la compressione, in ordine alla prospettiva di una paternità, della libertà di autodeterminazione dell’uomo, in riferimento agli artt. 2 e 3 Cost.

La PMA, infatti, «mira a favorire la vita» (sentenza n. 162 del 2014), volendo assistere la procreazione – cioè la nuova nascita – e non la (sola) fecondazione (…)”.

Infine, per quanto ugualmente meritevole l’interesse del nato ad una stabile relazione con il padre, che si riterrebbe ostacolata dalla sopravvenuta separazione dei genitori, la Corte conclude affermando che “la considerazione dell’ulteriore interesse del minore ad un contesto familiare non conflittuale non può essere enfatizzata al punto da far ritenere che essa integri una condizione esistenziale talmente determinante da far preferirle la non vita”.

© Annunziata Candida Fusco

 

Corte costituzionale, 24 luglio 2023 n. 161 – LaTribunaPlus