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L’assegno divorziale va ridotto se la ex moglie sceglie di lavorare part time

L’assegno divorziale va ridotto se la ex moglie sceglie di lavorare part time

(Cassazione ordinanza n. 23318 del 23 agosto 2021)

In sede di sentenza di divorzio, il Tribunale di Terni condannava un uomo al pagamento del mantenimento nei confronti della ex moglie per un importo di euro 900,00 cui si aggiungeva il mantenimento di euro 600,00 in favore della figlia. Impugnata la sentenza innanzi alla Corte d’Appello di Perugia, quest’ultima riduceva l’importo dell’assegno divorzile ad euro 600,00, dando ragione al marito appellante. Il quale, non ancora contento, ricorreva in Cassazione per ben otto motivi.

Il motivo che qui ci interessa è il secondo: riteneva il marito che la Corte d’Appello non avesse tenuto in debito conto il fatto che la moglie fosse ancora in età lavorativa e che avesse accettato di svolgere un lavoro part time pure avendo un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Circostanza, questa, non adeguatamente valutata dal giudice di secondo grado, che si era invece soffermato esclusivamente sullo squilibrio reddituale tra i due (il marito percettore di uno stipendio di euro 4.400,00, la moglie di uno stipendio di euro 1.400,00).

La Cassazione ritiene fondata la doglianza del marito e la accoglie rinviando alla Corte d’Appello di Perugia in differente composizione, dopo aver fornito alcune importanti indicazioni, che qui di seguito si riassumono.

Correttamente la Corte d’Appello, in base all’art. 5, comma 6, l. 898/70, ha preso in considerazione lo squilibrio economico patrimoniale tra i due coniugi nonché l’importanza dell’apporto alla vita endofamiliare fornito dalla donna durante i sedici anni di matrimonio, avendo reso così possibile al marito un percorso professionale che lo ha condotto ai vertici della sua carriera. Ciò è conforme al principio ormai consolidato enunciato in Cass. SS. UN. 18287/2018 che definisce la natura non solo assistenziale ma anche perequativo-compensativa dell’assegno divorzile. Aggiunge però la Cassazione che la Corte perugina non ha evidenziato che, se è vero che la donna nei primi anni di matrimonio ha rinunciato a lavorare, d’intesa con il marito, ha poi intrapreso un’attività lavorativa optando per il part time, pur avendo ottenuto un contratto a tempo indeterminato sebbene non dovesse più occuparsi in maniera consistente della famiglia e della figlia, ormai all’università.

“ … tale circostanza, idonea ad orientare in senso diverso la decisione, in quanto verosimilmente incidente in misura tutt’altro che trascurabile sul reddito da lavoro della L., non ha costituito oggetto di specifico riscontro nell’ambito della sentenza impugnata, la quale, pur avendo accertato che nei primi anni di matrimonio la donna si è dedicata esclusivamente alla famiglia, in tal modo consentendo al coniuge d’impegnarsi nel proprio lavoro e di fare carriera, ha omesso d’individuare il momento in cui è maturata la decisione di trovare un’occupazione retribuita e le ragioni di questa scelta, nonchè di verificare se la stessa sia stata compiuta in autonomia dalla L. o concordata tra i coniugi e di stabilire se l’attività lavorativa sia stata prestata a tempo parziale fin dall’origine. Qualora, infatti, la predetta scelta fosse riconducibile alla necessità di far fronte contemporaneamente alle esigenze della famiglia ed all’accudimento dell’unica figlia nata dall’unione, i relativi effetti non potrebbero non essere tenuti in conto ai fini della determinazione dell’assegno, sotto il duplice profilo del parziale sacrificio della capacità professionale e reddituale della ricorrente e del contributo da lei fornito alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune. La Corte territoriale ha altresì omesso di accertare se, anche in relazione all’età della L., la scelta da lei compiuta debba considerarsi ormai irreversibile, oppure se, come sostiene il controricorrente, la donna sarebbe ancora in grado di incrementare il proprio reddito, e quindi ridurre il divario accertato rispetto a quello dell’ex coniuge, optando per la prestazione di lavoro a tempo pieno. In quest’ultimo caso, infatti, il predetto squilibrio non potrebbe essere considerato come un effetto esclusivo di scelte compiute in costanza di matrimonio, ma risulterebbe almeno in parte riconducibile ad un’autonoma decisione della ricorrente, che, pur essendo libera da impegni familiari, anche per effetto dell’età ormai raggiunta dalla figlia, non intende porre pienamente a frutto la propria capacità di lavoro professionale”.

© Annunziata Candida Fusco