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Omesso versamento del mantenimento: non è reato se la moglie non cerca lavoro! Cassazione pen. sez. VI sent. del 4 luglio 2022 n. 25562.

Omesso versamento del mantenimento: non è reato se la moglie non cerca lavoro! Cassazione pen. sez. VI sent. del 4 luglio 2022 n. 25562.

Il caso oggetto della sentenza in esame è il seguente.

Un marito viene condannato dal tribunale di Messina, con sentenza poi confermata dalla corte d’Appello di Messina, ai sensi dell’art. 570, comma 2, cp per non aver corrisposto alla moglie separata l’assegno di mantenimento nelle more del procedimento di divorzio. La moglie, disoccupata e non titolare di beni immobili, rimaneva quindi priva di mezzi di sussistenza ingiustificatamente.

La Cassazione però la pensa diversamente, ritenendo che la Corte d’Appello non avesse opportunamente valutato le circostanze di fatto ma soprattutto non avesse fatto saggia applicazione del presupposto necessario alla configurazione del reato di cui all’art. 570, comma 2, cp.

Prima di tutto, vi è stato un travisamento della situazione di fatto in quanto alla moglie non era stato attribuito nessun assegno divorzile e che in precedenza aveva rinunciato all’assegno di separazione, in quanto la signora aveva lavorato, sebbene in maniera discontinua.

La cosa più grave consiste nella superficiale valutazione da parte della Corte d’appello della sussistenza dello stato di bisogno della persona offesa, presupposto indispensabile per la configurazione del reato ex art. 570 cit. La Cassazione ritiene infatti che lo stato di bisogno non sia stato provato, con conseguente insussistenza del reato in capo all’imputato.

“L’effettivo stato di bisogno della persona offesa, che costituisce il presupposto della fattispecie tipica del reato in esame, non può essere meramente desunto dalla esistenza del provvedimento civile adottato in sede di separazione o divorzio (tra tante, Sez. 6  n. 3061 del 17/02/1984 Rv 163476; sez. 6, n. 11529 del 18/06/1980 Rv 146501). Il relativo accertamento in sede penale non può essere infatti meno rigoroso  – quanto in particolare alla nozione di indisponibilità in proprio dei mezzi di sussistenza – rispetto a quello relativo alla concreta capacità economica del soggetto obbligato a fornire tali mezzi (cfr. Sez. 6, n. 6769 del 05/12/1989, dep. 1990, Rv 184257)”.

Per cui, sicuramente la mera documentazione dello stato formale di disoccupazione non può costituire prova adeguata dello stato di bisogno, che va invece individuato in una situazione di persistente, oggettiva e incolpevole indisponibilità di introiti.

“Per converso, anche con riferimento allo stato di bisogno dell’avente diritto non possono essere dirimenti la mancanza di un proprio reddito o una situazione di mera disoccupazione, essendo necessario invece accertare l’impossibilità del soggetto a procurarsi i mezzi di sussistenza senza ricorrere all’aiuto di terzi soggetti. Ove risulti accertata la sua capacità di lavorare, va dimostrato infatti che il soggetto si sia utilmente attivato e proposto sul mercato per reperire un’occupazione retribuita confacente, e quindi l’impossibilità di procurarsi da solo secondo il canone dell’ordinaria diligenza, i mezzi di sussistenza”.

Erroneamente i giudici di merito avevano condannato il marito, essendosi basati esclusivamente sulla mancanza di una occupazione della persona offesa e quindi di redditi propri, non avendo tenuto in debito conto le risultanze del processo civile da cui emergeva, come sopra detto, una serie di circostanze congrue a ritenere la moglie idonea a cercare un lavoro a lei confacente, cosa che invece non aveva fatto.

© Annunziata Candida Fusco

 

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Cass. 25562_2022

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