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Quando il lutto emotivo finisce in tribunale: decadenza di responsabilità genitoriale

Quando il lutto emotivo finisce in tribunale: decadenza di responsabilità genitoriale

Cassazione civ. ord. 4 aprile 2024 n. 8911

Dietro la fattispecie affrontata dalla breve ordinanza emarginata si intravede un caso di lutto familiare probabilmente mal elaborato o semplicemente subito da chi non ha avuto o potuto fruire di strumenti utili ad attraversare momenti di disagio devastanti quali quelli della perdita di una persona amata. Le “carte” parlano di una incapacità del padre ad “incontrare”  il figlio nei suoi bisogni, resi probabilmente ancor più difficili dalla perdita in tenera età della madre. Chissà come sono andate davvero le cose … Purtroppo, dobbiamo attenerci alla narrazione giuridica in questa sede.

Il teatro è Napoli, innanzi al cui Tribunale dei minori è costretta ricorrere una figlia e sorella contro un padre a tutela del fratellino.

Il piccolo Tizietto, figlio di genitori divorziati, era stato affidato ad entrambi con collocazione presso la madre. La madre poi si ammalava e moriva. All’esito di tale vicenda, Tizietto veniva accolto (unitamente a suo fratello) da sua sorella, alla quale era già stato formalmente affidato temporaneamente per sospensione della genitorialità del padre (a presentare il ricorso ex art. 336 cc era stata proprio la sorella). Il Tribunale per i minorenni disponeva la decadenza in via definitiva ritenendo che

anche all’esito dei percorsi disposti, il padre del minore si era rivelato non in grado di instaurare una positiva relazione con i figli, tanto da radicare ancor più negli stessi (ed in particolare in (omissis) il rifiuto di rivederlo, essendo avvertito come figura affettivamente lontana e sostanzialmente indifferente alle loro sorti”.

Il padre proponeva reclamo contro il provvedimento del Trib. min. innanzi alla Corte d’Appello napoletana, la quale disponeva CTU psicodiagnostica, “all’esito della quale confermava, quale unica soluzione atta a tutelare il supremo interesse del minore, quella di confermare la decadenza di (omissis) dall’esercizio della responsabilità genitoriale sul figlio”.

“La Corte territoriale richiamava la ricca istruttoria espletata dal consulente dell’ufficio, che aveva incontrato tutti i soggetti della cerchia familiare del minore, aveva proceduto all’ascolto e all’osservazione di (omissis) nella sua interazione con il genitore e aveva raccolto i più approfonditi elementi per operare le necessarie valutazioni, ritenendo superflua, tenuto conto delle eloquenti risultanze acquisite, l’integrazione istruttoria richiesta
dal reclamante.

Insomma, l’istruttoria del giudice del reclamo pare fosse stata condotta con una certa cura e con tutti gli strumenti a disposizione. Ma, come vedremo a breve, il reclamante non era dello stesso avviso. Ciò che emergeva era una relazione compromessa tra il padre e il minore, il quale arriva a rifiutarsi di vederlo (dalla lettura dell’ordinanza non si ricava l’età del minore). Caso interessante di rifiuto, non generato da una dinamica manipolatoria condotta dall’altro genitore. 

Il padre rifiutato dal figlio e allontanato dal giudice proponeva ricorso in Cassazione. 

Quanto fosse giusto proporlo da un punto di vista relazionale-educativo-emotivo non spetta a noi dirlo. Quanto fosse motivato giuridicamente, proviamo a vedere un pò. 

Queste le ragioni dell’impugnazione …

“Con il motivo di ricorso sono formulate le seguenti censure: “ERRORE DI FATTO E DIFETTO DI MOTIVAZIONE PER VIOLAZIONE DEGLI ARTT. 24 E 111 DELLA CARTA COSTITUZIONALE IN RELAZIONE ALL’ART. 360, COMMA 1, N. 5 C.P.C.” Il ricorrente ha, in particolare, dedotto che la Corte di merito aveva ritenuto superflua l’integrazione dell’istruttoria richiesta”.

Insomma, secondo il ricorrente, la Corte napoletana aveva condotto l’attività istruttoria un pò a modo suo, senza l’osservanza dei principi sulla distribuzione degli oneri probatori: aveva cioè formato il suo convincimento “sulla base di prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa, fuori dei poteri officiosi riconosciuti per legge, e nel valutare le prove proposte dalle parti aveva finito per attribuire maggiore forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre”.

Inoltre, “l’integrazione dell’istruttoria, richiesta con il reclamo, era necessaria per poter valutare la sua capacità per ciò che riguardava la cura affettiva dei figli, nello specifico del minore (omissis), inquadrata nell’ambito familiare”. 

Insomma, pare di capire che il ricorrente lamentasse la difficoltà a proporre mezzi istruttori richiesti per far cambiare idea alla Corte d’Appello sul suo conto. 

La Cassazione ritiene inammissibile, scarsamente motivato e generico il motivo del ricorso e lo respinge in toto. Senza entrare proprio nel merito, la Corte avalla non solo la decisione della Corte d’Appello, ma ne conferma il modus procedendi.

Di qui la massima giurisprudenziale: 

“Qualora venga accertata l’incapacità di un genitore di stabilire una valida relazione affettiva con il figlio ed il pregiudizio a quest’ultimo derivante dai comportamenti abnormi del padre influenti sul regolare sviluppo psicofisico del figlio già reso particolarmente vulnerabile dalla morte della madre, sussistono le condizioni previste per la declaratoria della decadenza dalla responsabilità genitoriale”.

Cass. 8911_2024 (estratta da Banca dati La Tribuna Plus)

© Annunziata Candida Fusco