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Risarcimento del danno da infedeltà coniugale: è possibile? dipende da come si tradisce!

Risarcimento del danno da infedeltà coniugale: è possibile? dipende da come si tradisce!

In questo breve approfondimento vogliamo occuparci delle ripercussioni dell’infedeltà coniugale nell’ambito del giudizio di separazione, senza addentrarci in complicati aspetti processuali, ma provando a rispondere ad un quesito che diventa sempre più incalzante tra coniugi che si separano a causa di un tradimento. Se sono stato tradito e la famiglia si “sfascia”, posso ottenere anche il risarcimento del danno?

La giurisprudenza ci dice di sì, ma a seconda di come si tradisce.

Mi sembra quindi doveroso premettere a qualsiasi altra riflessione che cosa si intende per tradimento. O forse sarebbe ancor meglio dire che cosa si intende per fedeltà.

Come tutti gli sposi sapranno, l’obbligo di fedeltà viene ricordato a tutti i nubendi con la lettura dell’art. 143 cc proprio al momento della celebrazione delle nozze. Già, perché “l’obbligo reciproco di fedeltà” grava solo sulle coppie unite in matrimonio, sia chiaro: le coppie di fatto … non hanno obbligo di fedeltà! Ma la fedeltà ha bisogno di un obbligo?! questo interrogativo non è ammesso in una trattazione di taglio giuridico, per cui soprassediamo.

La giurisprudenza ha affermato più volte che a fronte degli obblighi previsti dal citato art. 143, scaturiscono veri e propri diritti soggettivi al rispetto degli stessi per cui la trasgressione implica la possibilità di conseguire il risarcimento del danno non patrimoniale ai sensi dell’art. 2059 cc.

Quando si intende violato l’obbligo di fedeltà?

Ossia, cosa si intende per tradimento rilevante ai fini della violazione dell’art. 143 cc?

L’obbligo di fedeltà non può ridursi semplicemente al divieto di astenersi dall’intrattenere relazioni extraconiugali, stabili o occasionali, con altre persone: esso implica una dedizione morale, una condivisione spirituale, emotiva, una intimità di intenti prima che di corpi. Per cui non vi è tradimento soltanto se ci si concede una scappatella o una stabile relazione parallela, ma vi è tradimento ogni volta che si instaura una comunione affettiva, emotiva, una vicinanza e una condivisione con un partner al di fuori della coppia seppur, in casi estremi, non accompagnata da nessun incontro fisico. Ovviamente, amicizia a parte … si capisce!

La giurisprudenza fa rientrare all’interno della fattispecie di tradimento sia una relazione platonica sia una relazione virtuale, intrattenuta sui social, via chat ecc. Talvolta anche legami coltivati solo in modalità digitale, senza nemmeno scambi di foto intime o effusioni, può configurare tradimento, se è evidente che tra i due soggetti coinvolti si è creata una tale intimità affettiva da non lasciare adito a dubbi che non si tratti di amicizia.

Una domanda che mette con le spalle al muro in tal senso, rivolta a coniugi presunti infedeli è la seguente: “mostreresti le tue chat intercorse con Tizio/Tizia a tuo marito/tua moglie?”. La risposta negativa presume l’ammissione di infedeltà … potremmo dire!

“L’obbligo di fedeltà, ex art. 143 c.c., deve essere inteso non solo come astensione da relazioni sessuali extraconiugali, ma quale impegno, ricadente su ciascun coniuge, di non tradire la fiducia reciproca, ovvero di non tradire il rapporto di dedizione fisica e spirituale tra i coniugi; ne consegue che la relazione sentimentale di un coniuge, anche se non si sostanzi in un adulterio, può essere rilevante al fine dell’addebitabilità della separazione ex art. 151 c.c., qualora sia stata causa o concausa della frattura del rapporto coniugale” (Cassazione 15557 del 2008).

 

Altro chiarimento necessario: la violazione dell’obbligo di fedeltà non comporta automaticamente la pronuncia di addebito in capo al coniuge infedele. Come più volte ribadito dalla Cassazione, deve esserci una connessione causale tra l’infedeltà e la intollerabilità della prosecuzione del rapporto coniugale laddove l’infedeltà di per sé sola non potrà comportare una pronuncia di addebito se la crisi matrimoniale preesisteva ad essa.

Ovviamente, in base al principio dell’onere della prova, il coniuge che adduce l’infedeltà dell’altro dovrà provare che essa ha avuto un ruolo determinante nel generare la crisi mentre l’altro, se intende evitare l’addebito dovrà dimostrare che la crisi preesisteva, che il rapporto era già logorato e che l’infedeltà non ha avuto alcuna incidenza. Come nel caso, più volte portato all’attenzione della magistratura, di coppie che di comune accordo vivevano solo formalmente sotto lo stesso tetto, ma ciascuno conduceva la sua vita e quindi con piena libertà di creare altri legami.

Tornando al tradimento e alla risarcibilità del danno non patrimoniale, ancora un dubbio va diradato: la pronuncia di addebito non dà automaticamente diritto ad un risarcimento del danno; né, viceversa, la mancanza di pronuncia di addebito esclude automaticamente la possibilità del risarcimento, come pure chiarito dalla giurisprudenza più volte, che ha specificato che è possibile agire con autonomi giudizio per conseguire il risarcimento del danno da tradimento anche in caso di separazione consensuale. Va detto, per completezza, che l’azione per il risarcimento del danno è azione autonoma, non coltivabile all’interno del giudizio di separazione o divorzio. pertanto, occorrerà introdurre un ordinario giudizio di cognizione dinanzi all’autorità competente.

A questo punto va chiarito maggiormente che non ogni tradimento implica in automatico il diritto a conseguire il risarcimento del danno morale, ma soltanto quel tradimento che per modalità di attuazione ha comportato o un danno alla salute del partner (come in caso di depressione o altro danno biologico) o una lesione di altro diritto costituzionalmente rilavante quale il decoro e la dignità della persona (si pensi a relazioni extraconiugali di pubblico dominio, a relazioni intrattenute sui social o in ambito lavorativo sotto gli occhi di tutti, e simili).

Cassazione Civile, n. 26383 del 19.11.2020 ha ribadito un principio di diritto ormi acquisito nella giurisprudenza di legittimità “secondo cui la natura giuridica del dovere di fedeltà derivante dal matrimonio implica che la sua violazione non sia sanzionata unicamente con le misure tipiche del diritto di famiglia, quale l’addebito della separazione, ma possa dar luogo al risarcimento dei danni non patrimoniali ex art. 2059 c.c., senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia a ciò preclusiva, sempre che (tuttavia) la condizione di afflizione indotta nel coniuge superi la soglia della tollerabilità e si traduca, per le sue modalità o per la gravità dello sconvolgimento che provoca, nella violazione di un diritto costituzionalmente protetto, quale, in ipotesi, quello alla salute o all’onore o alla dignità personale” (vd. Cass. n. 6598 del 2019; anche n. 18853 del 2011)”.

Nel caso esaminato, la Cassazione respingeva il ricorso di un marito tradito confermando la decisione della corte di merito, la quale “ha motivato l’addebito per l’infedeltà coniugale della C., quale causa determinante della intollerabilità della convivenza matrimoniale, e il rigetto della domanda risarcitoria per non avere il G. provato il danno ingiusto e il nesso causale con una condotta illecita della moglie, non riscontrabile nella sola infedeltà coniugale, essendo la dedotta depressione di cui egli soffriva riferibile alla separazione in sè piuttosto che al tradimento della moglie”.

Insomma, spiega la Corte, per conseguire il risarcimento non basta provare l’infedeltà e ottenere la pronuncia di addebito, ma va provato il nesso causale tra l’infedeltà e il danno alla salute (la depressione); se la depressione è conseguenza in sé della sola separazione (insomma, non si esce certo indenni da una separazione), nessun risarcimento è dovuto.

Appare perciò davvero interessante andare ad esaminare la sterminata casista che emerge dalla giurisprudenza di merito e di legittimità al fine di verificare di volta in volta con quali modalità il tradimento è stato compiuto, distinguendo caso per caso e provando caso per caso la consequenzialità tra le modalità di attuazione e le ripercussioni su salute, dignità, decoro e rispetto del partner tradito.

Le chat e i social non mettono al riparo da possibili condanne così come una relazione extraconiugale conclamata non implica necessariamente una condanna all’addebito.

Come insegna la morale cattolica e come conferma la più sofisticata dottrina buddhista, ciò che conta è l’intenzione. E la Cassazione pone la sua lente di ingrandimento prima di tutto sull’intenzione di tradire per addentrarsi poi sulle modalità: se sei discreto, il peccato è veniale; ma se fai troppo rumore allora paghi!

 

© Annunziata Candida Fusco

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