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Separazione personale: anche la moglie deve mantenere il marito che si è sacrificato per la famiglia – Cass. n. 26890 del 13 settembre 2022.

Separazione personale: anche la moglie deve mantenere il marito che si è sacrificato per la famiglia – Cass. n. 26890 del 13 settembre 2022.

Oggi prenderemo in esame la sentenza relativa ad un caso in cui il marito ha ottenuto il mantenimento in quanto era tenuto a conservare il medesimo tenore di vita che aveva  in costanza di matrimonio.                                              

La sentenza in questione è Cassazione n. 26890 del 13 settembre 2022  .

Il caso in esame trae origine dalla Sentenza della Corte di Appello di Milano che riduceva l’assegno di mantenimento attribuito in sede di separazione, in favore del marito, da € 1.500,00 ad € 300,00.

La Suprema Corte di Cassazione ha confermato che la separazione, a differenza del divorzio, non recide il vincolo matrimoniale e per questa ragione al marito deve essere garantito lo stesso tenore di vita che quest’ultimo aveva durante il matrimonio; pertanto,  deve essergli riconosciuto un contributo di mantenimento tale da poterglielo assicurare.

Il marito aveva chiesto di rivedere la decisione della Corte d’Appello e pretendeva  un importo maggiore in quanto sosteneva che lo stesso avesse lasciato la propria attività lavorativa, comunque proficua (manager in campo informatico), per prendersi cura del figlio invalido e della prestigiosa abitazione coniugale di proprietà della moglie e da allora era stato mantenuto dalla stessa in quanto proveniva da una famiglia benestante.                           

Sosteneva inoltre che dopo la separazione dalla moglie non fosse più riuscito a lavorare e quindi a permettersi una abitazione dignitosa tant’è che si era trovato nella condizione di chiedere aiuto materiale alla sorella.       

Il marito dunque lamentava nel ricorso per cassazione i seguenti errori di giudizio da parte della Corte d’Appello milanese.

In primo luogo, sostiene la violazione dell’articolo 156 cc in quanto gli era stato riconosciuto un contribuito economico dal suo punto di vista inadeguato per sostenere le spese per una abitazione di un certo tipo, questo perché come detto in precedenza la moglie aveva sempre goduto e continuava a godere di una posizione economica agiata.

Con il secondo motivo, il marito imputava alla Corte di merito, di aver dato credito a ciò che aveva dichiarato la ex moglie, secondo cui lui non avrebbe mai dimostrato di non essere riuscito a trovare un lavoro che gli permettesse di provvedere autonomamente al suo mantenimento.  Difatti il marito era fuori dal mondo del lavoro da circa dieci anni perché, di comune accordo con la moglie, avevano deciso che lui si sarebbe preso cura del figlio invalido. Inoltre lui lavorava nel mondo informatico, in costante evoluzione e un’ assenza dal mondo lavorativo di questa durata non gli permetteva di reinserirsi. Da considerarsi anche la sua età (aveva circa cinquant’anni). E ciò era stato dimostrato mediante documentazione prodotta in corso di causa.

 

La Suprema Corte accoglie i motivi sollevati dal ricorrente ritenendoli fondati.

Gli Ermellini ritengono che la Corte di Appello abbia sbagliato ad adottare il criterio di quantificazione dell’assegno.

Infatti, il criterio a cui la giurisprudenza di legittimità fa riferimento  per la quantificazione del contributo di mantenimento è espresso dal principio secondo cui

“i «redditi adeguati» cui va rapportato, ai sensi dell’art. 156 c.c., l’assegno di mantenimento a favore del coniuge separato, in assenza della condizione ostativa dell’addebito, sono quelli necessari a mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio nella fase temporanea della separazione stante la permanenza del vincolo coniugale e l’attualità del dovere di assistenza materiale, derivando dalla separazione – a differenza di quanto accade con l’assegno divorzile che postula lo scioglimento del vincolo coniugale – solo la sospensione degli obblighi di natura personale di fedeltà, convivenza e collaborazione.”

Ed in questo caso il contribuito che la moglie doveva versare nei confronti del marito era inidoneo a garantire il tenore di vita che il marito aveva in costanza di matrimonio, ma gli consentiva di avere un tenore di vita tale da permettersi appena una abitazione, nell’ottica in cui lui avrebbe poi provveduto al mantenimento di se stesso in modo dignitoso.

Alla luce di queste motivazioni, la Suprema Corte, in accoglimento del ricorso, ha cassato con rinvio alla Corte d’Appello di Milano in diversa composizione per un nuovo esame.

 

Per una volta, anche i mariti hanno ragione!

Enrica Magri, stagista presso lo Studio legale Fusco

 

26890-2022